Calcutta, articolo che parla di

All’anagrafe Edoardo d’erme Non si può parlare del nuovo cantautorato senza menzionarlo. È senza dubbio uno degli artisti più innovativi della musica italiana contemporanea. È riuscito a mantenere perfettamente la tradizione del cantautorato, dando un tocco moderno ai testi che parlano direttamente a tutti. Ha rinfrescato un genere che, tra brani iconici da colonna sonora…

All’anagrafe Edoardo d’erme

Non si può parlare del nuovo cantautorato senza menzionarlo. È senza dubbio uno degli artisti più innovativi della musica italiana contemporanea. È riuscito a mantenere perfettamente la tradizione del cantautorato, dando un tocco moderno ai testi che parlano direttamente a tutti. Ha rinfrescato un genere che, tra brani iconici da colonna sonora italiana e pezzi cult della nostra storia, sembrava essere già al top — portando una ventata di novità, ma senza sradicarne le radici.
Per farla breve: se rappresentassimo la musica italiana come un bonsai, Calcutta sarebbe il Signor Miyagi che per passione lo cura e ne indirizza la crescita.

Un linguaggio da amico

Una delle caratteristiche che lo rende così unico è il linguaggio diretto, ironico e al contempo profondamente autentico che utilizza nelle sue canzoni.
Colloquiale. Come se stesse parlando a un amico.
Basta pensare alle parole di Pesto o Frosinone, due dei pezzi più conosciuti: semplici, ma incredibilmente evocative. È proprio grazie all’uso di queste parole che riesce a raccontare in maniera universale le storie della vita di tutti i giorni. Ed è anche ciò che rende i suoi brani super comprensibili.
Tutto questo, però, fa colpo per un solo ed unico motivo su cui vale la pena mettere l’accento: nella quotidianità che racconta non è mai tutto rose e fiori. Perché, diciamocelo, nella realtà non lo è mai. Non tralascia mai riflessioni profonde sull’amore, sulla solitudine e sull’identità.
Il bello è che non fa sconti.
Perché uno poi si affeziona a queste canzoni?
Perché è come quell’amico che ti fa pensare anche se in quel momento non vuoi, o che ti fa notare qualcosa che ti fa storcere il naso. Inevitabilmente inizi a farti domande… o più semplicemente, a notare di più ciò che ti sta intorno.

Ok, ma quindi è indie o pop?

Francamente ho appena alzato gli occhi al cielo.
A me, il dare sempre un’etichetta al genere musicale — che vada bene per tutti e che tutti riescano a interpretare — un po’ nausea.
Non si può fare. O meglio, non si può fare nel modo che vuole la gente.
Il genere che fa è il suo. È un misto, è un ibrido. Più che un genere solo, è un mega frullato di elettronica, indie e pop. Una volta versato in vari recipienti (gli album), ha un suo sapore che può cambiare a seconda degli ingredienti aggiunti all’ultimo o già presenti ma più persistenti.
Non è stato assolutamente convenzionale nel miscelare le sonorità e andare oltre al folk.
Pensiamo a Mainstream (2015): è riuscito a mescolare con maestria il suono indie con l’elettronica, creando un suono unico. È il sapore di quel frullato. È il sapore di quel disco.
Fresco e nuovo, con melodie semplici e coinvolgenti, e con arrangiamenti elettronici che lo rendono internazionale.
Ascoltando gli altri dischi si può sentire la preponderanza di altri “ingredienti” che ha trovato lungo il suo percorso artistico (se volete, possiamo chiamarlo “spesa al supermarket”).

Poesia minimalista


È un poeta minimalista.
Ecco, questo va proprio detto.
A differenza dei testi di autori come De André o Battisti, che sono pregni di metafore, il signor D’Erme opta per un linguaggio più immediato, ma comunque emotivo.
Che cosa mi manchi a fare è un esempio di come non servano fronzoli per raccontare una storia d’amore non corrisposto. Questo si ricollega al tono amichevole che citavamo prima.
Ovviamente è solo una scelta stilistica.
NESSUN TESTO DI DE ANDRÉ È STATO MALTRATTATO PER LA CREAZIONE DI QUESTO ARTICOLO.
(Mogol, anche tu, puoi togliere il dito dal grilletto.)

L’indie che si fa pop (così quello che ha fatto la domanda prima è contento)

È quasi inutile dire che Calcutta è uno degli artisti che ha portato l’indie nel mainstream senza rinunciare alla sua identità.
Non ha dovuto ricorrere al trend del momento o sacrificare la propria visione musicale. E questo lo rende importante: dimostra che si può restare fedeli a se stessi, anche in un panorama musicale iper-competitivo. O in un mondo che inizia a imporci come dobbiamo essere.
Tornando agli ingredienti: in Mainstream e Evergreen, dopo qualche attento assaggio, si possono notare influenze dei The Smiths e dei Pavement, mescolate con una melodia semplice e avvolgente che è pura essenza pop.
Questi due frullati sono piaciuti tantissimo.
E proprio grazie a loro, Calcutta è riuscito a portare una nuova chiave di lettura del cantautorato pop ai giovani.

L’estetica conta (e come!)

Ovviamente non è solo la musica a definire Il nostro nuovo amico: anche l’immaginario visivo che costruisce attorno ai suoi progetti è fondamentale.
I videoclip, ad esempio, sono sempre originali e ricchi di significato.Combinano un’estetica retrò con tocchi moderni, creando un legame profondo con il pubblico.La stessa semplicità dei suoi testi si ritrova nello spettro visivo.
Se è bello ascoltarli, ora è anche bello vederli.
Ed è proprio questo connubio tra musica e immaginario visivo che rende la sua proposta ancora più completa e coinvolgente.

In conclusione (ma non troppo)

In sostanza, Calcutta ha saputo reinventare il cantautorato pop italiano.
Ha creato un nuovo modo di fare musica, che guarda al futuro senza dimenticare le radici.
Parla ai giovani di oggi mescolando il meglio dell’indie con il pop, mantenendo sempre quella sincerità emotiva che ha contraddistinto i più grandi cantautori.
Ha svecchiato un genere.
L’ha reso attuale.
E ha dimostrato che il cantautorato può essere ancora una forma d’arte viva, in grado di attraversare generazioni diverse.

E ora?

Aspettando il prossimo frullato, grazie per aver letto fino a qui.
Se ti va, condividi l’articolo o raccontami nei commenti sui social qual è la tua canzone di Calcutta preferita.
Ci sentiamo presto!